Articoli, post social, newsletter, descrizioni di prodotto: bastano pochi prompt per ottenere in pochi secondi testi che, fino a qualche tempo fa, richiedevano ore di lavoro.
Una rivoluzione per il marketing? Sicuramente. Ma se tutti utilizzano gli stessi strumenti, con richieste e obiettivi simili, dove va a finire l’originalità?
Anche i testi interessanti cominciano a somigliarsi
Quante volte capita di leggere articoli che cominciano così: “Viviamo in un’epoca in cui…”? Non sempre, naturalmente, ma abbastanza spesso da aver iniziato a notarlo.
E non è solo una questione di incipit, osserviamo la struttura di molti contenuti prodotti oggi.
Si parte da una domanda o da un problema comune, si introduce un piccolo paradosso, poi arriva il famoso “non si tratta più di X, ma di Y” oppure “la domanda da porsi non è più x, ma Y. Segue qualche frase breve per dare ritmo, una metafora, una conclusione che invita a cambiare prospettiva e, ovviamente, una call to action finale.
Non c’è niente di sbagliato nella costruzione in sé, il problema è che ormai sappiamo perfettamente cosa viene dopo.
Non è nemmeno necessario che l’articolo dica cose già sentite: può avere informazioni corrette e una tesi interessante, ma se la frase successiva è esattamente quella che ci aspettavamo, perché continuare nella lettura?
Il prezzo della scrittura “perfetta”
Un contenuto digitale viene spesso trattato come se il lettore avesse già il dito sul pulsante indietro. Bisogna prenderlo subito, non fargli perdere tempo. Ogni frase deve portare alla successiva, ogni paragrafo deve avere una funzione, ogni passaggio deve accompagnarlo verso il punto del discorso.
La verità è che l’AI non ha inventato questa omologazione: è stata addestrata su anni di copywriting orientato alle conversioni, SEO spinta, formule di storytelling virale e framework rigidi venduti nei corsi di marketing. L’algoritmo non fa altro che applicare alla perfezione le nostre stesse regole, quelle che gli abbiamo insegnato a considerare come “buona scrittura”.
L’AI sta rendendo questa cosa sempre più evidente proprio perché ha una caratteristica formidabile: sa riconoscere molto bene come dovrebbe essere fatto un testo e tende a trasformare un’idea nella sua versione più leggibile, ordinata e convenzionale.
Il guaio è che ora ci ritroviamo con internet pieno di testi difficili da distinguere tra di loro.
Quindi cosa dovrebbe fare un brand?
Per chi si occupa di contenuti è una questione tutt’altro che estetica. Se tutti possono produrre dieci post invece di due, il valore del contenuto non può stare nella quantità. E se tutti possono produrre in pochi secondi un testo corretto e ottimizzato, nemmeno la correttezza formale può essere considerata un elemento distintivo.
Il lavoro editoriale diventa sempre più importante: tagliare ciò che è prevedibile, conservare ciò che è specifico e soprattutto decidere quando rompere lo schema.
In un web pieno di testi corretti, l’originalità sarà scrivere in un modo che nessun algoritmo avrebbe scelto come prima opzione.
Avremo ancora voglia di leggere?
L’AI sta portando i creator a produrre contenuti sempre più simili, con le stesse strutture, lo stesso ritmo, le stesse formule.
Se prima ancora di arrivare alla fine, sappiamo dove ci porterà il paragrafo successivo, il contenuto comincia a perdere una delle cose più difficili da ottenere online: la curiosità del pubblico. Non abbiamo bisogno di contenuti più ottimizzati o più “umani”. Abbiamo bisogno di reimparare a scrivere in modo controintuitivo: non aprire ogni articolo con un gancio virale, lasciare che una frase si allunghi senza paura che il lettore scappi o evitare, ogni tanto, il sottotitolo perfetto.





